
Era trascorsa una settimana quando, come deciso dall’uomo, mi ero presentato nel suo locale. Dopo quasi due ore di attesa passate nella noia più totale finalmente accadde qualcosa. Sentii un trambusto provenire dall’esterno e staccai gli occhi dal cellulare. Quattro cinesi entrarono con una foga impressionante, era come se volessero dominare il locale. Avevano gli occhi a mandorla ma non erano né magri né bassi, erano anche ben vestiti considerando gli standard di questi pezzenti.
A seguire entrò il mio datore di lavoro. Era vestito di tutto punto, con il completo bianco ed un fazzoletto nero nel taschino della giacca che si abbinava con il colore della camicia. Appena lo vidi pensai: «Ci sei quasi, la prossima volta se vuoi imitare l’eleganza occidentale aggiungi la cravatta, stupido musogiallo che non sei altro!». Questo gli avrei voluto dire ma mi limitai a salutarlo con un cenno della testa.
L’atmosfera era squallida: stavo in un bar vuoto con quattro cinesi e un gangster in versione gnomo, nessun cliente ed un inquietante silenzio a riempire l’aria. Ad un certo punto uno degli scagnozzi strillò: «Tu, seguimi!». E con un gesto indicò la porta del bagno situata in fondo alla stanza. Entrammo e con mia sorpresa trovai una camera enorme e ben arredata. Due tavoli eleganti posti in modo simmetrico ai lati della stanza, un divano con finiture dorate, una TV enorme ed un acquario a creare una raffinata atmosfera. Niente a che vedere con il merdoso bar dove mi avevano fatto attendere.
«E così questa è la tana del boss» pensai io mentre finivo di fare la panoramica della sala. Il tizio vestito di bianco mi si parò davanti e squadrandomi con freddezza disse: «Mi chiamo Zeng. Se vuoi lavorare per me dovrai fare quello che ti verrà detto, e ricordati che non avrai seconde possibilità. Adesso resta seduto e aspetta in silenzio» e voltandosi andò in un’altra stanza. Quel minuscolo bar stava diventando infinito.
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Dopo una breve attesa uno dei tirapiedi si avvicinò con fare minaccioso e indicando un foglietto di carta disse: «Vai qui e sbrigati!». L’accento era palese-mente italo-cinese e quella frase la pronunciò così male che mi scappò una risata. Ci scambiammo un’occhiataccia e poi gli strappai il foglio dalle mani. Era già il secondo ordine che mi dava ma sorvolai.
C’era segnato un indirizzo a me sconosciuto. Controllai su Google Maps e poi esclamai: «Ah cazzo, ma sta qui!». Dovevo andare a Lunghezza, uno dei tanti quartieri malfamati della periferia di Roma. Presi la macchina e raggiunsi il luogo il più in fretta possibile, quasi non volessi fare tardi al mio primo incarico lavorativo. Arrivato sul posto mi accorsi di quello che avrei dovuto notare venti metri prima, quando ero evidentemente troppo impegnato a guardare i numeri civici. La saracinesca di un negozio era stata completamente sfondata, aveva uno squarcio gigantesco sulla parte destra e gli infissi erano stati scardinati. Non sentivo rumori né c'erano luci accese, era appena passata l'una ma nessuno sembrava essersi accorto dello scasso e gli allarmi non erano scattati.
La zona era deserta. Un enorme palazzo popolare costeggiava la strada e di fronte ad esso c'erano dei campi di calcio in ottime condizioni. I lampioni emanavano una luce fioca, almeno quei pochi che funzionavano. In fondo alla via c’era un parcheggio pieno di auto ma nessun passante nelle vicinanze. Di certo non era un posto rassicurante e di notte nessuno osava uscire di casa.
Non so perché ma decisi di scendere dall’auto. Alzai lo sguardo e guardando l’insegna capii che si trattava di un bar-tabacchi, probabilmente quello della società sportiva situata di fronte: avevano lo stesso nome. Era la notte di domenica, quindi gli incassi delle partite del fine settimana dovevano riempire le video slot e, con un pizzico di fortuna, anche la cassa. Era il momento perfetto per un furto.
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E se la stessa cosa la faceva un uomo sulla faccia di una donna svenuta?
Cosa diventava? Un pompino al buio?