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CURIOSITAS

Non avevo niente da fare e così ho iniziato a scrivere. Dopotutto la scrittura riguarda l’otium

Scherzo, in realtà non l’ho deciso io, diciamo che ho letto i “segni” e mi sono lasciato trascinare dagli eventi. Sono anni che una mia amica prova a farmi scrivere un libro (sarei tanto curioso di sapere il motivo), ma fino al 20 agosto 2016 ho sempre ignorato il suo consiglio. Quel giorno, verso l’ora di pranzo, lei riapre l’argomento e si prende la solita risposta: “Se proprio dovessi scrivere qualcosa sarebbe un saggio, i romanzi non mi piacciono”. Quello stesso pomeriggio però, vado a trovare mio zio e anche lui stranamente mi propone la stessa cosa: “Perché non scrivi un romanzo? Sono sicuro che uno str… (parolaccia) come te ha sicuramente qualcosa da raccontare”.

1) Perché ha deciso di scrivere un romanzo? Quanto tempo ha impiegato per completare la stesura?

La coincidenza è stata pazzesca e quindi mi sono detto: “Vabbé, stavolta diamogli retta, proviamo a scrivere qualcosa”. Quella notte ho aperto il computer e ho iniziato a schiacciare i bottoncini della tastiera. Avevo la gatta in calore ed erano tre giorni che non mi faceva dormire, così l’argomento iniziale fu una descrizione accurata dei gatti e della loro bastardaggine. La mattina seguente ho riletto quelle poche pagine e mi sono ripromesso di sterilizzare quella teppista. Poi sono uscito di casa e sono andato a fare colazione al bar, che come quasi tutti i bar di Roma è gestito dai cinesi. Quando sono tornato a casa mi è venuto

in mente il boss cinese “vestito di bianco” – per sapere chi è dovete leggere il libro – ed ho avuto l’idea di usarlo come argomento del libro. Beh, dopo quattro giorni e mezzo il libro era finito. A scuola i professori ci insegnano che l’opera “nasce da sé”, hanno perfettamente ragione.

2) Come ha vissuto l’esperienza di scrittore?

È stata una breve ma intensa esperienza, come ho già detto è durata quattro giorni e mezzo. Inoltre ho scritto senza nessuna premeditazione, senza avere una scaletta, senza sapere dove andare a parare e soprattutto senza avere alcuna esperienza nel settore. Eppure è uscito fuori un bel romanzo. Rileggendolo ho notato che persino i più piccoli dettagli si incastrano alla perfezione, neanche se ci avessi provato cento volte – con studio, preparazione e premeditazione – sarei riuscito a scrivere qualcosa del genere. 

Ovviamente ho impiegato sei mesi per passare dalla bozza iniziale alla pubblicazione, diciamo che sto sotto la media. Ho letto che il buon scrittore è quello che dalla prima stesura all’ultima impiega uno/due anni facendo anche sette o otto stesure, io non l'ho fatto. La ricerca di un linguaggio armonico avrebbe richiesto troppo tempo e troppo impegno, io invece ho vissuto l'esperienza di romanziere come hobby. Se poi questo romanzo avrà successo allora potrò dedicarmi a tempo pieno alla scrittura, per ora è il massimo che potessi fare.

Comunque è stata dura. Se da una parte le opere scritte di getto sono le migliori perché sono più spontanee, dall’altra necessitano di una revisione accurata e faticosa; diciamo che l’istinto non sa usare la grammatica.

3) Quali sono le sue letture preferite e da quali è rimasto più influenzato?

Prima di rispondere vorrei chiarire il contesto da cui venivo. Avevo da poco finito l’università (Filosofia) e negli ultimi cinque anni avevo solamente letto manuali e saggi filosofici. Con un amico avevo anche contato le pagine che ogni anno dovevamo leggere e studiare: più di 5000. Vista la mole di studio nel tempo libero facevo di tutto tranne che prendere in mano un libro. Questo per dire che l’ultimo romanzo che ho letto risale al 2016: “Storie di ordinaria follia. Erezioni. Eiaculazioni. Esibizioni” di Charles Bukowski. Poi niente.

Insomma dopo cinque anni di saggi filosofici (dove il linguaggio è l’esatto opposto di quello della letteratura leggera) ho scritto un romanzo. Adesso inizierò a leggere romanzi e sono sicuro che finirò col scrivere un saggio. Dio crea il mondo e poi ci gioca sopra, si diverte così.

Detto questo a mio avviso non ci sono letture più importanti di altre, quando si scrive si usa di tutto: il bagaglio di esperienze accumulate nel corso di 30 anni di vita, quello che ho letto finora, le persone che ho incontrato, l’educazione ricevuta, i miei maestri, ecc. Tutto ciò che ho visto, letto e sentito ha influenzato la mia opera. Comunque Bukowski è quello che mi ha influenzato di più.

Il mio libro preferito, che però non c’entra niente con il romanzo e non lo ha influenzato minimamente, è “Storie” di Erodoto. In quel testo v’è racchiusa la natura umana, quello che siamo stati, quello che siamo e quello che saremo. Può cambiare il contesto culturale, sociale, economico e tecnologico ma gli istinti, i sentimenti e il modo di ragionare e fantasticare sono sempre gli stessi. Erodoto ha saputo descriverli alla perfezione. Leggendo quel libro sai chi è e cosa può fare un essere umano, che sia l’uomo di oggi o del 3000 d.C.

Di abbassare subito le aspettative, purtroppo non stiamo nel Regno Unito. Siamo abituati a vedere scrittori sconosciuti, spesso provenienti dall’Inghilterra, che arrivano ad 1 milione di copie vendute nel giro di un anno. Mi viene in mente Paolini, un ragazzino britannico di 16 anni che con il suo libro “Eragon” è riuscito a vendere qualche milione di copie, e gli hanno anche fatto un film. Mi sembra avesse scritto una trilogia. Mi ricordo che avevo sfogliato il primo libro ed ero rimasto basito, era scritto in modo infantile, ogni mezza riga metteva un punto e andava a capo... eppure aveva già venduto 1 milione di copie, di sicuro più di quanto meritasse.

Questo per dire che l’editoria britannica è fenomenale, non solo si impegna nella divulgazione delle opere, ma sa anche come si pubblicizza un libro. Non è un caso se Harry Fotter è nato proprio in quel paese. Un libro di 800 pagine catalogato come "libro per bambini" è diventato il romanzo-fantasy più venduto di questo secolo. Non so come ci riescano ma di sicuro sanno come monetizzare con la letteratura.

In Italia è tutto il contrario. Le nostre case editrici sono incompetenti, non sanno pubblicizzare un libro e spesso per paura di sprecare soldi lasciano questo compito agli autori. Per un editore di oggi vendere 10.000 copie è un successo stratosferico, quel libro diventa un super best-seller. Con una mentalità così ristretta e senza il supporto di un’editoria competente bisogna per forza di cose abbassare il tiro ed essere soddisfatti se si arriva a vendere qualche migliaio di copie.

Ma forse non è colpa dell’editoria italiana, è colpa del contesto socio-culturale in cui si trova. In Italia ci sono più scrittori che lettori, pertanto più che puntare sulla vendita (mancano i lettori) si punta sullo sfruttamento degli autori (che sono tantissimi, mi sembra più di 70.000 nuovi libri pubblicati ogni anno). Rubando 500€ ad ogni autore (facendogli comprare 50 copie del suo stesso libro) una casa editrice riesce a sopravvivere. Possiamo dire che l’autore è visto anche come il miglior (se non l’unico) lettore/acquirente.

Per concludere, se stai in Inghilterra e qualcuno ti pubblica un libro, allora puoi avere determinate ambizioni, in Italia invece devi faticare molto di più, sei completamente da solo. Pertanto le cose da fare sono due: o credi nella tua opera e investi di tasca tua per pubblicizzarla, come sto facendo io; oppure ti accontenti e affidi il tuo libro ad una casa editrice con la consapevolezza che questa non farà assolutamente niente per aiutarti. Ma un tempo lo scopo principale delle case editrici non era quello di pubblicazione e pubblicizzazione? Non erano nate con questo obiettivo?

4) Quali consigli darebbe a chi vuole entrare nel mondo della scrittura o che comunque vi è appena entrato?

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