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    Nei giorni seguenti uscii spesso con Stefano. Le chiacchierate in auto erano piacevoli e istruttive: sfottevamo i passanti, ci scambiavamo qualche ricordo d’infanzia, facevamo la gara delle stronzate più grandi che avessimo combinato ed altre ragazza-te di questo tipo. Poi c’erano i consigli per svolgere bene il nostro lavoro. Insomma chiacchiere tra uomini immaturi che ogni tanto sapevano fare i seri, dopotutto anche questo faceva parte del gioco.

    Una mattina andammo al bar di Zeng e Stefano fu l’unico che poté entrare nella stanza sul retro, io invece fui bloccato all’interno del locale. All’impro-vviso uscì di corsa e disse: «Devi guidare e devi essere rapido, dobbiamo fare una cosa». E senza specificare altro si diresse verso la macchina.

    Di solito facevamo delle semplici “commissioni” – così le chiamavamo noi – che consistevano nel passare messaggi, prendere o portare denaro, fare i buttafuori nelle video slot e altre robette di questo tipo, niente di serio. Quella volta invece si trattava di riscuotere il pizzo. Poteva sembrare normale ammi-nistrazione ma di solito ci mandavano i negri del Pigneto, noi restavamo in macchina come scorta in caso di problemi. Non so perché ma dovevamo fare tutto noi italiani.

   In una strada a pochi isolati dal bar, una zona completamente abitata da immigrati, c’era una fila chilometrica di bancarelle. Ovviamente chi voleva restare su quel marciapiede doveva pagare il pizzo. Quando c’era da riscuotere la scena era sempre la stessa. Il proprietario diceva di non avere soldi, di non poter pagare, chiedeva più tempo, ma se non pagava gli rovesciavano il bancone o buttavano a terra la merce. Alla fine, se proprio non trovavano il denaro, ripiegavano sugli oggetti di valore. Una volta ne presero uno per il braccio e lo scaraventarono a terra, gli strapparono l’orologio e poi lo riempirono di calci.

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   Di sicuro con questo business i cinesi non si arricchivano, comunque riuscivano a controllare il territorio e ad incutere paura. Dopotutto come diceva Machiavelli: «Bisogna far sentire la propria presenza o i sudditi inizieranno a fare come gli pare». Controllare costantemente è il metodo migliore per far rimanere in riga i sottoposti, per ricevere rispetto e anche per guadagnarci qualcosa. Ovviamente il vero pizzo, i veri soldi, li fanno i mafiosi e i camorristi, quelle invece erano estorsioni a piccoli ambulanti, forse neanche autorizzati, insomma un “racket da immigrati”.

    Io e Stefano scendemmo dall’auto e iniziammo il nostro giro: la strada era lunga e le bancarelle erano tante, di certo non volevo perdere un’intera giornata per riscuotere quattro soldi. Decisi quindi di andarci pesante, mi fermai dalla prima ambulante e dissi a brutto muso: «Ci manda Zeng».

   La cinese iniziò a blaterare nella sua lingua di merda e non capii niente. In risposta con un calcio buttai giù tutto il baldacchino. Lei iniziò a strillare e a dimenarsi, così l’afferrai per il collo e la alzai per qualche secondo, poi lasciando la presa la lanciai in mezzo alla strada. Impaurita come un coniglio si alzò di scatto e mi attaccò veementemente. Stefano le fermò le braccia ed io le diedi uno schiaffo energico sul volto: «I soldi!».

   Non trovando collaborazione le presi i capelli all’altezza della nuca e la piegai a terra: «Vogliamo i soldi. Money. Dinero. Capisci la mia lingua?» e sillabai parola per parola. La donna capì che facevamo sul serio e gattonando arrivò vicino ad una merdosa scatoletta Made in China, la aprì e ci lasciò prendere i soldi: due banconote da dieci euro e qualche moneta, una miseria. Arraffai tutto e con tono strafottente le dissi: «Glazie!».

   La lezione era stata chiara? Neanche per sogno. Non ce ne fu uno che si spaventò e che pagò subito.

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Andiamo a riscuotere il pizzo...

...questo!!!

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