
Arrivato vicino all’entrata il mio primo pensiero fu paralizzante: «Lo sapevo, mi useranno per darmi la colpa della rapina. Da un momento all’altro arriverà la Polizia. Neanche il primo giorno di lavoro e mi hanno già fregato».
Non feci in tempo a pensare ad altro che… BUM! «Cristosanto stai attento!». Sentii un frastuono e delle voci provenire dall’interno del locale.
Impaurito scappai verso la macchina: «Se questi mi vedono mi sparano all’istante! Che devo fare? Vado via o rimango? Un colpo di clacson per avvisarli? Almeno lo sanno che qualcuno è venuto a prenderli? Come hanno fatto ad arrivare qui senza un mezzo di trasporto?». Assalito da mille dubbi decisi che avrei temporeggiato per controllare la situazione.
Aspettai qualche minuto ma non uscì nessuno. Stavo fissando così tanto quella serranda che i miei occhi si erano persi sul murale che vi era stato disegnato. Era un dipinto astratto, delle figure geometriche sovrastate da scritte tridimensionali dal carattere illeggibile, le solite stronzate moderne. Alzai la testa e vidi che anche la facciata del palazzo era ricoperta da un gigantesco murale. Nonostante la situazione il cervello mi portò a pensare al mio professore di Storia. Non so quante volte ci aveva ripetuto che il novecento era stato il secolo dei barbari: «La barbarie di una società si vede dall’architettura». In effetti nel secolo scorso abbia-mo costruito solo cubi e parallelepipedi, alcuni arrivano anche fino al cielo ma sono scarni e sgraziati, niente a che vedere con gli eleganti palazzi dei secoli precedenti. Il nuovo millennio non ha portato nulla di nuovo nell’architettura, ma la Street Art ha ridato un po’ di civiltà e bellezza a quegli orrendi edifici.
Sentii di nuovo un rumore e ritornai con gli occhi sulla saracinesca: fortunatamente nessuno era entrato o uscito da quella porta.
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Erano passati dieci minuti e ormai ero spazientito: «Sai che ti dico, non me ne frega un cazzo, io entro. Mi sparassero pure, ho scelto questo lavoro apposta, non ho paura di morire».
In effetti era così. Non avendo niente da perdere e niente da lasciare ai posteri, la mia più grande paura non era quella di morire, ma di farlo come un coglione. Per un certo periodo di tempo mi ero appassionato alla cultura giapponese, un libro in particolare mi era rimasto impresso: L’arte del Bushido, una serie di regole per il guerriero perfetto. Una di queste recitava: «Pensa a cento modi in cui potresti morire e sarai pronto a combattere senza paura della morte». Ecco, di modi per morire ne avevo pensati più di cento, però l’effetto era sempre stato l’esatto opposto, ogni volta finiva che gridavo: «Dio ti prego, non farmi morire così. No dai, non voglio crepare come un coglione».
Purtroppo di morti comiche ne conoscevo tante, bastava guardare i giornali ed ogni giorno se ne trovava una. Io pregavo affinché non toccasse a me, ne preferivo una violenta e sofferente piuttosto che una ridicola. Tra le tante che avevo sentito, il guinness apparteneva ad una signora di quaran-tasei anni che il primo giorno di lavoro come donna delle pulizie di un palazzo, per fare bella figura, si era messa a pulire anche la grata interna della tromba dell’ascensore. Purtroppo non si era preoccupata né di bloccare l’elevatore né di togliere la corrente. Qualcuno utilizzò l’ascensore e la schiacciò. Diosanto, morta il primo giorno di lavoro mentre puliva una cosa inutile. Probabilmente un cartello con su scritto: “Lavori in corso” l’avrebbe salvata da quel triste destino.
Mentre pensavo a quanto potesse essere idiota crepare il primo giorno di lavoro facendosi sparare da chi eri andato a soccorrere, si sentì un rumore metallico fastidiosissimo.
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Ma che bel cane!!!
