
Notai subito una contraddizione nel suo aspetto fisico: era abbastanza giovane ma sdentato, con uno sfregio sulla guancia ed una barba ispida che invece di nascondere quella cicatrice ne accentuava la visibilità. Era vestito da pezzente e l’accento era romanesco, uno di quei tipi veramente “ignoranti”. Entrò, prese due birre, strillò qualcosa al barista e poi se ne andò via, il tutto senza pagare.
«Ed io avrei dovuto lavorare con gente del genere? Io che avevo una laurea?» mi domandai sconvolto. Mi calmai all’istante perché pensai che sarei rimasto solo per un breve periodo, non sarebbe certo stato il posto della mia vita.
In realtà ero finito in quel bar casualmente. Erano anni che io ed un mio amico – uno studente fuori corso come me – la sera uscivamo per prendere una birra. Si beveva, si chiacchierava, si spaccava qual-cosa e poi si tornava a casa. Erano delle uscite anti-stress o post-esami, per dimenticare le discussioni con le fidanzate o i litigi in famiglia. Fu proprio grazie a queste “boccate d’aria” serali che scoprii quel bar e incontrai il mio futuro datore di lavoro.
La prima volta la scena fu esilarante. Vedemmo un cinese salire su una Mercedes – bianca come il suo vestito – mentre una delle guardie del corpo gli apriva la portiera. Alla guida c’era persino l’autista. Noi sbottammo a ridere, la mafia orientale ha qualcosa di ridicolo. Sono alti un metro e trenta, non hanno la faccia da duri né la stazza per spaventare qualcuno eppure se la tirano come se fossero dei gangster all’americana. L’episodio però mi era rimasto impresso: abitavo vicino ad un boss mafioso!
Finita l’università, non volendo lavorare come impiegato per tutta la vita con uno stipendio da fame, non avendo soldi per aprire una mia attività, non essendo un genio e non potendo inventare App o stronzate tecnologiche, alla fine decisi di fare l'unica
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cosa che mi piaceva e per cui ero portato: guidare le automobili.
Al volante me l’ero sempre cavata bene, però non volevo lavorare per le società di autonoleggio né tantomeno fare il tassinaro: troppe regole, pochi soldi, nessun divertimento. Preferivo un lavoro più aperto e pieno di imprevisti, che non richiedesse puntualità e professionalità, ma soprattutto che fosse ben pagato. Autista sì, ma per i mafiosi, stile Transporter. Scelsi il musogiallo vestito di bianco perché mi sembrò quello più organizzato, o forse perché era l’unico criminale della zona che conoscevo.
In realtà non saprei spiegare il motivo per cui andai proprio da lui, probabilmente fu un gesto di disperazione. Mi ero laureato agli inizi di febbraio in Giurisprudenza ma la materia non mi era mai piaciuta e non volevo passare neanche un giorno nei tribunali. Da quattro mesi facevo finta di cercare un impiego ma era una farsa per accontentare i miei genitori. Dopotutto non avevo nessuna necessità economica: avevo una casa a disposizione, una macchina intestata e mi davano un mini-stipendio per mantenermi. La pacchia però non sarebbe durata a lungo. Da anni minacciavano di chiudere i rubinetti o addirittura di cacciarmi di casa. La scusa degli studi fino ad allora mi aveva coperto le spalle, ma dovevo darmi da fare o presto sarebbero passati ai fatti.
Il lavoro mi serviva anche per realizzarmi. Erano anni che il nervosismo mi stava divorando. Pur avendo tutto vivevo di apatia e depressione, era giunto il momento di dare un senso alla mia vita. Rifiutando i mestieri onesti, inadeguati per il mio carattere e le mie ambizioni, optai per uno disonesto. Ma fui quasi obbligato. Ormai ero troppo vecchio per scegliere la legalità, gli iter previsti dalla legge
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