
Quando imboccai l’Appia Nuova iniziò la vera paura. È lì che fanno i posti di blocco ed è lì che potevano beccarmi. Per tranquillizzarmi mi ripetevo: «Cinquecento euro per cinquanta chilometri di viaggio, è un affare!».
Quasi a metà percorso, verso Frattocchie, vidi i lampeggianti blu. «Mannaggia…» e bestemmiai senza pietà. Mantenni la stessa andatura, forse decelerai un pochino e poi mi accesi una sigaretta. Dovevo rimanere tranquillo a tutti i costi, la faccia da bravo ragazzo ce l’avevo, già una volta mi avevano lasciato passare senza chiedermi i documenti, magari sarebbe andata bene. Non ci riuscii. Preso dal panico iniziai a pensare: «E se mi fermano che faccio? Accelero o resto fermo? Se scappo dove vado?». Stavo per passare col rosso ma non feci in tempo a schiacciare il pedale che la pattuglia girò e andò per i fatti suoi. Un’imprecazione liberatoria e tornai con gli occhi sulla strada. Da lì in poi guidai con arroganza: acceleravo stirando le marce, sorpassavo in curva e quando potevo rubavo la precedenza. Conoscevo bene la strada e sapevo che da lì in poi non c’erano controlli, o quantomeno in trent’anni nessuno mi aveva mai fermato. E comunque mi ero stancato di guidare “come un avvocato”, quella macchina l’avrei portata solo quella volta, la dovevo battezzare a modo mio.
Dopo una serie di paesini, delle minuscole frazioni in cui regnava il selvaggio west e la mafia, arrivai alla concessionaria di Aprilia. Senza neanche chiedermi chi fossi mi lasciarono entrare nel parcheggio sul retro. Scesi dalla macchina e gettai le chiavi in un cespuglio, un gesto di precauzione in caso ci fossero stati problemi. Uscirono quattro tizi, tre dei quali erano i classici burini di paese con qualche pezzo d’oro in più. Ridevano e scherzavano come dei ragazzini: vecchi ma ancora immaturi. Quello più giovane, sulla cinquantina, era vestito in giacca e cravatta e probabilmente era il proprietario o il prestanome che gestiva la concessionaria.
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Si avvicinò e disse: «Le chiavi» e pronunciò quelle parole in un modo che sembrò più un ordine che una semplice richiesta.
«Prima i soldi» risposi con lo stesso tono di voce.
Mise la mano in tasca e tirò fuori duecento euro. Prima ancora che li porgesse lo fermai: «Non bastano».
«Fatteli bastare perché ho solo questi» replicò lui.
La conversazione era completamente priva di convenevoli, un botta e risposta continuo.
«Non erano questi gli accordi, ho rischiato il culo per portarti la macchina, adesso mi paghi quanto pattuito» risposi in modo deciso.
«Io ho già pagato il tuo capo per avere quella macchina» e la indicò col dito. «A te do quanto mi pare, se non ti sta bene torna a Roma» concluse lui con tono minaccioso. Mi guardò negli occhi in segno di sfida e dopo qualche istante si girò e andò dagli altri tre compari che erano rimasti vicino all’entrata del negozio.
«E la macchina? – gridai io – Non la vuoi più?». Continuò ad allontanarsi senza mostrare alcun cenno di risposta. «Guarda che ho rischiato parecchi anni di galera per portarti quella cazzo di auto, cinquecento euro sono anche pochi!».
Costi e ricavi, guadagni e perdite, era il laureato che stava parlando. Quei discorsi però si fanno dal commercialista, in quella situazione si dovevano usare altri metodi. Avrei dovuto buttarlo a terra e svuotargli le tasche, proprio come avevo fatto con i cinesi delle bancarelle, ma il laureato continuò a contrattare senza successo. Scherzando dissi: «No money no auto!» e mi incamminai verso la macchina.
Non saprei spiegarlo ma fu più forte di me, arrivato allo sportello urlai: «Va bene, dammi i soldi e prenditi questa cazzo di auto. Brutto stronzo!».
Coglione! Non c’erano altre parole per definirmi, ero stato un coglione. Avevo rischiato chissà quanti anni di galera per duecento euro.
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