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Nei film basta colpirne uno in modo esemplare e tutti diventano delle pecore ubbidienti, nella realtà non ci sono persone felici di essere tosate una volta a settimana.

   Bancarella per bancarella dovemmo lottare per prendere quello che avevano. Spesso bastava mettere le mani nelle tasche dell’ambulante, ma la cifra era sempre esigua. Di casino ne facemmo tanto, soprattutto io che ero un novellino e non sapevo come comportarmi, ma potevamo stare tranquilli, quella zona è senza Polizia e anche quando arriva c’è così tanta gente che non riesce a fare niente.

    A fine giornata avevamo rimediato qualche ogget-to di bigiotteria e un po’ di contante. «Troppo poco? Zeng si incazzerà?» domandai a Stefano. Anche lui non seppe darmi una risposta. Soltanto dopo, ripensandoci, mi resi conto di aver fatto tutto il lavoro da solo. Stefano era rimasto in disparte a fare il palo, interveniva solo quando ero in difficoltà o quando stavo esagerando. Purtroppo io mi stavo divertendo e l’adrenalina non mi aveva fatto notare la sua mancata partecipazione. Perché non mi aveva aiutato? Picchiare i cinesi avrebbe fatto incazzare Zeng? Era un altro test? Non ci pensai più di tanto e alla fine lasciai perdere. Portammo al bar le poche centinaia di euro che avevamo raccolto e poi tornammo a casa.

    La macchina non me la chiese nessuno e quindi continuai a tenerla. Un regalo? Un prestito? Un gesto in buona fede? Ma soprattutto: di chi cavolo era quella macchina? Non aveva importanza, meno pensavo meglio era. Ogniqualvolta provavo a ragio-nare vedevo trame e inganni ovunque. Una parte di me era consapevole che chiunque di loro poteva fregarmi da un momento all’altro, ma allo stesso tempo non me ne importava niente, avevo scelto quella strada ben consapevole dei rischi ed ero pronto ad affrontarli. Quella volta fortunatamente non ci furono conseguenze.

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   In realtà non accadde niente di eclatante per almeno sei mesi, l’unica cosa degna di nota erano i miei guadagni, che crescevano di settimana in settimana. Merito di Stefano che mi dava gli incarichi più remunerativi, tra questi c’era il trasporto di auto rubate. Il mio primo viaggio fu proprio a bordo di una FIAT 500. Era color rosso comunista, con i cerchi in lega, il navigatore interno ed i sedili in pelle. Non era male ma preferivo quella nera di Stefano: il colore è tutto in una macchina!

    La dovevo portare ad Aprilia, un paese vicino Roma. Conoscevo bene il posto e i tipi loschi che vi abitano perché la villa al mare dei miei genitori si trova a pochi chilometri di distanza. Purtroppo, da quando i romani avevano venduto le loro case di villeggiatura, l’intera area, che va dall’entroterra fino al litorale, aveva perso prestigio e si era impoverita. Nella zona, completamente abbandonata dallo Stato, era subentrata la mafia che aveva gestito e sfamato gli abitanti del posto. In più occasioni avevo avuto modo di scontrarmi con quella gentaglia ed ero quindi pronto ad ogni eventualità.

     Il giorno prestabilito andai a prendere l’auto, feci una foto alla targa e poi partii. Ero teso, dovevo guidare per parecchi chilometri e la Polizia metteva spesso dei posti di blocco. Di sicuro non potevo usare la Pontina perché stavano facendo dei lavori ed era matematico trovare qualche pattuglia. Optai quindi per le strade interne, ci sarebbe stato più traffico e avrei impiegato più tempo, ma almeno erano più sicure.

    La prima parte del tragitto fu un’agonia. Ad ogni semaforo rosso iniziavo ad agitarmi. Stare fermi anche per pochi minuti con un’auto rubata mi metteva un’ansia incredibile. Iniziavo a guardare da tutte le parti controllando se nei paraggi ci fosse qualche volante della Polizia o qualche vigile urbano. Mi ripromettevo di stare calmo ma ogni volta ricadevo nell’agitazione.

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J-Ax la tua ragazza mena, ma questa...

...ti prende proprio a testate!!!

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