
sigarette e poi partii con una sgommata. Per l’intero tragitto nessuno disse una parola ma appena davanti al bar di Zeng, quello seduto dietro di me domandò incuriosito: «Come hai fatto ad accenderla subito? C’è qualche blocco che solo tu conosci?».
Ed io: «Sono problemi miei, tu pensa a scendere».
Quella macchina era come una pistola, se non toglievi la sicura non partiva. Merito del mio elettrauto, il mitico Walter, solo noi due conosce-vamo il modo per sbloccare l’accensione e metterla in moto.
Per essere il primo giorno di lavoro non fu un grande inizio, però avevo rimediato una quantità spropositata di sigarette che mi durò per più di due mesi. Come e perché i due fossero rimasti a piedi lo scoprii qualche giorno dopo: avevano bucato la ruota dello scooter e gli serviva qualcuno che li andasse a prendere. Il motorino ovviamente era rubato, quindi lo avevano abbandonato senza alcun problema. Potevano prenderne un altro ma avevano rischiato all’andata e non volevano rischiare anche al ritorno con in aggiunta la refurtiva.
Il giorno seguente, all’ora di pranzo, ricevetti una chiamata: «Sto dormendo, chi è che rompe?» risposi con tono scontroso. Avevo le mie ragioni. Quella notte non avevo chiuso occhio per via della macchina: «E se mi hanno preso la targa? Gli basta andare al PRA e pagare venti euro per sapere il mio cognome e l’indirizzo di casa. E se fossero riusciti a metterla in moto o se mi avessero accoltellato e lasciato lì? Sono stato proprio un fesso ad usare la mia auto». Questi ed altri pensieri mi avevano impedito di dormire. Usare la mia Alfa era stato un errore da principiante, così, per stare più tranquillo, decisi che da quel momento in poi sarei andato a lavoro a piedi. In ogni caso, se proprio volevano mandarmi da qualche parte, avrebbero dovuto darmi una delle loro auto.
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Al telefono mi rispose una donna palesemente cinese: «Signole, si è scoldato poltafoglio, venga qui». Riagganciai senza fare altre domande ma poi perplesso mi domandai: «Qui dove? Ma chi cazzo era?».
Mi alzai dal letto, presi i pantaloni e notai che il portafoglio era ancora nella tasca. «Ma… Ahhh ho capito» esclamai. Mi vestii in fretta e andai di corsa al bar. Nonostante fosse ora di pranzo ordinai cappuccino e cornetto. I tavoli erano pieni, anche il bancone era tutto occupato, finalmente sembrava un normale bar di periferia. Stavo cercando di ritagliarmi un angolino spostando la scatola dei tovaglioli quando all’improvviso il barista mormorò: «Puoi andare lì» ed indicò la porta sul retro.
«Beh mi sembra giusto» esclamai dentro di me, adesso lavoravo per loro, dovevano trattarmi bene. Entrai nel “bagno” e trovai alcuni cinesi del giorno prima. Insieme a loro c’erano due occidentali che non avevo mai visto: ormai avevo la certezza di non essere l’unico italiano che lavorava per i musigialli. I presenti mi squadrarono dalla testa ai piedi ma ignorai i loro sguardi e mi sedetti al tavolo per finire la colazione. Ad un certo punto sentii una voce: «Sai quanto c’era nella cassetta che hai portato ieri?» mi fece il tizio più robusto, un uomo sulla quarantina e di bell’aspetto.
«Dici a me?» domandai sorseggiando il cappuccino.
«Sì» annuì quasi scocciato.
«Quanto? Mille euro?».
«Di più».
«Duemila?».
«Di più».
«Quattromila?».
«Di più di più».
«Che cazzo ne so, sto facendo colazione, dimmelo tu» risposi spazientito.
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