
La mia Alfa era tirata a lucido, aveva sei anni ma se li portava bene. Ovviamente era stato un regalo dei miei genitori, chi non ha uno stipendio non può permettersi un’auto nuova, ma questa era come se lo fosse, il vecchio proprietario la teneva sempre in garage ed io la trattavo come una reliquia. Salii in macchina e stirai la prima, mi era sempre piaciuto sentire il motore aprirsi e ruggire come un leone. Passai tra le vie strette del mio quartiere a velocità elevata, così, tanto per caricarmi di adrenalina, e mentre sfrecciavo senza dare la precedenza mi gustavo avidamente una Marlboro.
Il posto era vicino ed arrivai in pochi minuti. Parcheggiai davanti al bar ma mi fecero cenno di spostare la macchina. Mea culpa! Quello era un posto riservato, lo sapevo o comunque lo dovevo sapere. Ormai ero cresciuto e conoscevo le regole del gioco, dopotutto non era la prima volta che mi capitava. Al liceo i posti per i motocicli erano tutti “prenotati”, valeva lo stesso discorso. In teoria chiunque poteva parcheggiare, in pratica chi lo faceva ne pagava le conseguenze. Se poco poco ti sbagliavi ecco che trovavi le frecce rotte, il motorino per terra, il sellino graffiato ed altri danni collaterali. A Roma i posti sono riservati, pubblici ma privati, così funziona e così ha sempre funzionato. Consapevole dell’errore non feci storie e parcheggiai più avanti.
Entrai nel bar e chiesi un caffè. A servirmi c’era un cinese ma non mi meravigliai, ormai tutta la zona era in mano loro. I ristoranti da Chinatown erano scomparsi e gli affari si erano spostati su bar e slot machine. Dopo la SARS e gli altri scandali d’igiene la ristorazione orientale aveva perso tutta la credibilità e con essa gran parte della clientela italiana.
Con i soldi guadagnati – invece di ritornare nella loro cazzo di patria – si erano spostati su altre attività
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commercialmente più redditizie. Piccoli e stupidi ma col senso degli affari.
Mentre il barista mi preparava il caffè lo fissavo con disprezzo. Odiavo quel popolo, la loro cultura, i loro modi di fare, il loro voler vivere in un paese senza integrarsi, senza imparare la lingua, senza assumere gente del posto… mi facevano letteral-mente schifo. Come faceva schifo il caffè, ma ormai era disgustoso da tutte le parti, doveva essere accaduto qualcosa ai produttori o alle nostre papille gustative. Di sicuro non ero lì per lui, né per il caffè, ed il mio lavoro non era certo quello di barista, troppo umile e servile per un insubordinato come me.
Mi girai per cercare un posto dove poter aspettare ma mi accorsi che il bar era piccolissimo: il classico negozio di periferia diviso a metà e poi a metà e poi a metà fino a quando non era ulteriormente divisibile. L’entrata era resa ancora più stretta dal frigo delle birre. Il bancone occupava tre quarti del locale e davanti ad esso c’erano tre tavoli, ammassati e tutti vuoti. Mi sedetti a quello attaccato al muro. Non mi era mai piaciuto stare al centro della stanza o della scena, preferivo i posti defilati, nascosti o in penombra, da dove potevo osservare tutti senza essere notato. Forse mi ero sempre comportato in quel modo per una sorta di timidezza o per la mia indole introversa, fatto sta che in quel buco era impossibile nascondersi.
Mentre aspettavo il mio nuovo datore di lavoro iniziai a giocare col cellulare. Shoot Bubble era il mio passatempo per eccellenza. Alle Poste, in banca, dal medico, ovunque dovessi aspettare o fare la fila mi intrattenevo con quel maledetto gioco, lo usavo anche quando stavo al cesso, lo score ormai era da record mondiale. Neanche il tempo di finire un livello che all’improvviso entrò un tizio.
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SHOOT BUBBLE
