
«Diecimila euro. E lo sai qual è la percentuale per chi trova qualcosa e la condivide col gruppo? Il dieci percento». E sbatté mille euro in contanti sopra al tavolo. Poi aggiunse: «Questi sono tuoi, bravo!».
Ora chi fosse quel tizio non mi interessava, sapevo solo che il primo giorno di lavoro avevo preso una marea di sigarette gratis e guadagnato mille euro; un impiegato li avrebbe presi in trenta giorni di duro e onesto lavoro. Mi dissi che questo era il posto giusto per me: grandi rischi ma grandi guadagni.
In quel mestiere non c’erano contratti da firmare né uno stipendio fisso, pagavano bene e non avevo molte regole da rispettare, però presto mi accorsi di non contare niente. Quando nei giorni successivi non si fece vivo nessuno, preoccupato, decisi di andare io da loro. Era il quindici luglio, che anche la mafia andasse in vacanza? Ovviamente no, semplicemente non avevano bisogno di me. Era un lavoro a chiamata, quando servivo ero dei loro, altrimenti non ero nessuno… e di certo non mi potevo lamentare con i sindacati.
Davanti al fioraio, situato alla destra del locale, vidi un gruppetto di italiani dalle facce poco raccomandabili. Due di loro già li conoscevo e con la scusa di chiedere una sigaretta mi avvicinai.
«Tu sei quello nuovo?» domandò il tizio che mi aveva dato i mille euro.
«Sì» risposi mentre mi accendevo una pagliuzza.
«Vieni con me» disse lui con tono risoluto.
Lo seguii fino alla macchina e mi fece cenno di salire. Non conoscevo il suo nome e non sapevo dove mi stava portando, ma quello non era certo un mestiere in cui potevi fare domande o in cui ti avrebbero dato delle risposte, almeno io non avevo ancora ottenuto questo diritto.
Durante il tragitto iniziò a farmi un interrogatorio: perché stai qui, che facevi prima, chi ti ha dato il contatto, quanto ti pagano… Ma un po’ di affari tuoi no?
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Però era simpatico e socievole, ed era italiano, il primo che parlava bene, anzi, il primo che mi parlava. Si chiamava Stefano, aveva quarantotto anni e da quanto capii stava nel giro da parecchio tempo. Il viso era pulito e curato, aveva i lineamenti regolari e nessun segno particolare, eccetto il fatto che era pelato, ma la calvizie lo rendeva più mascolino. Il tono di voce era grave e impostato, uno di quei vocioni che a scuola causano i rimproveri da parte dei professori. L’accento era romano ma soltanto poche volte ricorreva al dialetto. Mi sembrò anche una persona istruita per l’ambiente che frequentava, niente a che vedere con i tipi che avevo visto la settimana prima, beceri e violenti.
Aveva il suo carisma e fu piacevole chiacchierare con lui. Alle domande rispondevo restando sulle mie, ma gli bastava insistere per ottenere una risposta più precisa. Si fermò davanti ad una pizzeria e scese dalla macchina: «Resta qui» disse affacciandosi al finestrino.
Eravamo di fianco ad un locale che organizzava eventi videoludici nel quartiere Boccea. Lo riconobbi subito perché pochi anni prima avevo fatto un torneo di Pro Evolution Soccer organizzato dalla Federazione Italiana Videogiocatori guidata dal mitico Bibbifà. Quella volta arrivai ai quarti di finale e poi persi indegnamente contro uno scarsone.
Dopo quaranta minuti di attesa decisi di scendere. Ero stato ubbidiente ma avevo i miei limiti. Entrai nella pizzeria e presi qualcosa da mangiare: «Un etto di pizza con la mozzarella e un supplì».
La ragazza mi servì e poi come se nulla fosse uscì dal locale. Così, senza motivo, senza che avesse ricevuto una chiamata al telefono o che qualcuno fosse venuto a prenderla. I miei soldi stavano ancora sul bancone, quella scema aveva aperto la cassa ma non li aveva ancora messi dentro. Incredulo aspettai qualche minuto. Niente, il registratore era aperto ed
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