
io ero l’unico cliente all’interno del locale. «Che faccio? Mi riprendo i soldi? Mi prendo pure i contanti che stanno nella cassa? E se fosse un test? Vuoi vedere che mi stanno mettendo alla prova?» pensai dentro di me.
Non toccai niente, mangiai la pizza e tornai in macchina. Dopo altri venti minuti si presentò Stefano che esclamò: «Guida tu Matricola!». Ero un novellino e quel soprannome ci stava, speravo solo che il “nonnismo” riservato alle matricole rimanesse sopportabile, anche se avevo i miei dubbi.
«Sei rimasto in macchina come ti avevo detto?» domandò lui.
«Sì» mentii io.
«Hai visto qualcosa di strano?» continuò con tono indecifrabile.
«N…no! Saranno passate sì e no quattro persone, non è una strada molto trafficata» balbettai io con un leggero timore.
«Però la pizza l’hai presa» e tirò fuori un sorriso beffardo.
Sentendo quelle parole mi girai di scatto, lo guardai per un istante per capire l’espressione del suo volto e poi ritornai con gli occhi sulla strada. Ero perplesso: quel sorriso celava ironia oppure era un rimprovero?
«Dai non ti preoccupare, sto scherzando. In questo lavoro se non hai mille occhi non duri una settimana. Devi essere sempre pronto a cogliere l’occasione che ti si presenta o a capire chi ti tradirà… o a controllare chi non esegue un tuo ordine» disse alludendo alla mia disobbedienza. «A me ormai viene spontaneo, vedrai che anche tu ci farai l’abitudine, ti aiuterò io» continuò con tono paterno.
Non so perché, forse proprio per il timbro di voce, forse per quell’aria da uomo vissuto, ma c’era qualcosa di rassicurante in lui, poteva insegnarmi molto ed io ne dovevo approfittare.
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Mi lasciai andare e prendendomi delle confidenze domandai: «Da quanti anni fai questo lavoro? Sempre se possiamo chiamarlo lavoro…» e mi misi a ridere scaricando la tensione.
«Da quando ero piccolo. Sono cresciuto da solo, per strada» rispose freddo, stemperando la mia allegria.
Avevo fatto una gaffe, dovevo rimediare e dovevo farlo in fretta, così tentai di nuovo: «Prima del cinese per chi hai lavorato?».
«Io non lavoro per nessuno, lavoro per me!» ribatté con una convinzione che rasentava la rabbia.
Questo genere di frasi le avevo sempre odiate. Le paragonavo alle risposte diplomatiche che dava mio padre, quelle dominate dalla neutralità: «Papà chi preferisci: me o mio fratello?». E lui: «Tutti e due!». Quel non volersi schierare mai lo trovo irritante. È da codardi! Non sono mai riuscito a sopportare chi non ha le palle per prendere posizione, persone viscide sempre pronte a tradirti e a tramare alle tue spalle. Preferisco i sempliciotti e gli ingenui, che ti dicono in faccia quello che pensano, piuttosto che gli intellettualoidi che complottano a tua insaputa.
Accettai la risposta e lasciai perdere. Lo portai sotto casa sua, ovviamente aiutato dallo Zio Tom – così chiamo il navigatore satellitare – e poi lo salutai. Mi invitò per l’indomani dicendo che dovevo andarlo a prendere per le otto di mattina. Fui sorpreso quando mi lasciò la macchina. In effetti durante il tragitto gli avevo chiesto se Zeng fosse disposto a prestarmi un’auto, evidentemente quel gesto fu la risposta.
Era una FIAT 500 nuova di zecca e per quel che ne sapevo poteva anche essere rubata. Per sicurezza avrei voluto cercare il numero di telaio nel cofano e poi fare un confronto con il numero presente sul libretto di circolazione, ma non trovai neanche quello. Forse stavo guidando una macchina rubata o forse no, fatto sta che non me ne preoccupai.
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Su quale bici vorresti montare?