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per accedere a qualsiasi attività lavorativa erano troppo lunghi e ormai ero fuori tempo massimo. Corsi, tirocini, stage, master, apprendistati, espe-rienze pregresse, in Italia chi si laurea troppo tardi non riesce più ad accedere al mondo del lavoro. La politica dovrebbe prestare maggiore attenzione a tutti quei soggetti sociali che vivono sotto la soglia di povertà o che vengono trascurati dalle istituzioni, sono le persone più pericolose al mondo. A mio avviso il compito principale della politica dovrebbe essere proprio quello di garantire a tutti qualcosa, di mettere in grado le persone di costruire il più possibile in modo tale che non diventino delle mine vaganti pronte a distruggere la società o a rifugiarsi nell’illegalità.

    Se possiedi qualcosa poi costruisci qualcos’altro e qualcos’altro ancora e ti dai da fare per proteggere tutto quello che hai ottenuto. Dal lavoro passi alla casa, dalla casa alla famiglia, dalla famiglia a tutto il resto. Se invece non hai niente e non ti danno i mezzi per realizzarti la tua vita diventa inutile: puoi bruciarti in piazza o far saltare il Parlamento, qualunque azione è uguale all’altra. Io ormai non avevo più speranze e dovevo scegliere la criminalità, l’unica con la porta sempre aperta e che accetta qualunque reietto scartato dallo Stato.

    Era per questo motivo che avevo deciso di andare in quel bar e di incontrare quel ridicolo cinese vestito di bianco. Quella volta però, invece di deriderlo, vidi un’opportunità, una possibilità per uscire da quel pozzo nero in cui stavo ristagnando.

   La storia era cominciata così. Verso la fine di giugno mi ero presentato nel suo locale per diversi giorni. Quando finalmente lo incontrai feci di tutto per attirare la sua attenzione: «Fermo! Fermo!» gridai correndo verso di lui, che era appena uscito dal bar e stava salendo in macchina.

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    «Senti, lo so, non mi conosci e non ti frega niente di me, ma forse ti può servire un italiano. Che ne so, un prestanome, un autista, una guardia del corpo, vedi tu, ho bisogno di soldi» dissi guardandolo negli occhi. Adesso che ci ripenso fu una frase da disperati – e forse lo ero davvero – ma per mia fortuna funzionò.

    L’uomo mi guardò per qualche istante come fanno gli orientali, partendo dal naso e focalizzando tutta la faccia, poi si girò verso uno dei suoi uomini che mi stava allontanando con la forza, lo fermò con un gesto e si pronunciò in un italiano abbastanza gradevole: «Chi ti manda?».

  «Nessuno!» risposi staccando le braccia del tirapiedi che mi stava ancora tenendo per la maglia. «Mi serve solo un lavoro».

    Stette zitto per qualche istante e poi sentenziò: «Torna tra una settimana e ne riparliamo». Non sentì neanche il mio «Grazie» che subito risalì in auto e andò via. Non ci credevo. Dopo anni di depressione in cui non trovavo una strada, un talento, uno scopo in questa vita di merda, finalmente avevo una possibilità. Forse sarebbe andata male o forse no, ma in fondo non avevo niente da perdere. Pur possedendo tutto non ero padrone di nulla, ero socialmente inesistente, un parassita che faceva il mantenuto e che non sapeva ancora cosa fare da grande.

   Fortunatamente non sarebbe più stato così, un lavoro lo avevo trovato. Non serviva nessun diploma, nessuna laurea, nessun tirocinio, in realtà non serviva neanche la carta d’identità, era un mestiere accessibile a tutti. Certo, gli imprevisti sarebbero stati tanti, ma avevo dei progetti per il mio futuro e nessuno di questi prevedeva di fare l’impiegato. Ormai avevo preso la mia decisione e non potevo più tirarmi indietro.

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