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    Chiunque ci fosse stato all’interno del bar stava forzando la serranda del negozio per uscire. Presto potei vedere due uomini in azione. Con uno strappo avevano scostato una parte della saracinesca e, mentre uno la teneva, l’altro passava, poi si erano scambiati i ruoli. Appena usciti cominciarono a correre così velocemente e a testa bassa che in un primo momento neanche si accorsero della mia presenza, poi all’improvviso si girarono e fu in quel momento che mi videro.

   «E tu chi cazzo sei?» gridò il più basso dei due con un accento palesemente romano. Mentre uno finiva la frase l’altro aveva la pistola puntata su di me.

    Erano entrambi italiani e la cosa mi stupì, non mi aspettavo di incontrare dei connazionali. «Adesso come mi presento? Lavoriamo tutti per la stessa squadra?» pensai dentro di me con una certa agitazione. Mi avevano letteralmente preso in contropiede e per un attimo restai in silenzio, poi mi feci coraggio e provai a giustificarmi: «Mi manda Zeng, ha detto di venire a questo indirizzo».

    «E che ci fai qui? Dovevi rimanere in macchina» disse il ciccione che continuava a tenermi sotto tiro. L’altro scosse le braccia in segno di desolazione e aggiunse: «Ma chi cazzo ci hanno mandato? Sono stufo di lavorare con i novellini».

    Era la classica accoglienza violenta che si riserva ai principianti, qualcosa che nessuno può evitare. Non mi feci intimorire né accennai ad una reazione, restai lì immobile e domandai: «Avete preso tutto? Le sacche che avete in mano sono praticamente vuote. Avete controllato il bancone? Di solito c’è un doppiofondo…».

    I due, che stavano andando verso la macchina che avevo lasciato in doppia fila, si fermarono bruscamente e tornarono verso di me. Il primo mi attaccò: «Ragazzino, che hai detto? Questo qui ci ha preso per incompetenti» e guardò l’altro in cerca di supporto.

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    Quest’ultimo si fece sotto e con tono violento mi urlò: «A ragazzì, che cazzo hai detto? Adesso tu sali in macchina e fai quello che diciamo noi, e ringrazia il cielo se a fine corsa non ti ammazziamo». Appena finì la frase mi dette un lieve colpo alla tempia col calcio della pistola, voleva intimorirmi ma la cosa non mi impressionò più di tanto. Ovviamente abboz-zai e non accennai nessuna reazione, però non avevo certo intenzione di lasciargliela vinta.  «Va bene, va bene, andiamo» dissi con un tono così remissivo che entrambi ci credettero e si girarono per andare verso la macchina. Sorprendendoli mi lanciai e caricai violentemente la serranda con la spalla, quindi sgaiattolai all’interno.

    Andai direttamente verso la cassa, presi due buste e le riempii di sigarette, poi mi chinai e guardai vicino al bancone senza però trovare niente di interessante. I due stranamente non si fecero vivi e così ne approfittai per cercare qualcos’altro. Proba-bilmente si erano accorti che avevo lasciato le chiavi all’interno dell’auto ed erano intenzionati a partire senza di me. Non me ne preoccupai. Scesi al piano di sotto e col coltello iniziai ad aprire gli scatoloni che avrebbero dovuto contenere la merce di scorta. In uno di questi, sotto le stecche di sigarette, trovai una cassetta metallica di piccole dimensioni. La presi, riempii le buste con altre Marlboro e poi andai di corsa verso l’uscita.

    Appena fuori notai che la macchina stava ancora lì e che i due imbecilli stavano litigando: «Ma perché non parte?» diceva uno. «Lascia fare a me che tu sei un mongoloide» incalzava l’altro.

  Ad ogni tentativo di accensione seguivano dei rumoracci che mi infastidirono parecchio, quando poi li vidi prendere a cazzotti il cruscotto persi le staffe e aperta la portiera urlai: «Levati dal cazzo stronzo, così me la spacchi!».

   Quello scese dalla macchina e salì dietro. Io gli tirai addosso la scatola di metallo con le buste di

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Perché in palestra usiamo ancora il bilanciere?

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