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L’Italia ha dei tratti distintivi unici rispetto al resto del mondo, tra questi c’è il bidet e la doppia negazione. Nessun paese al mondo riesce a comunicare (a livello linguistico) con l’illogicità. La logica dice che la doppia negazione diventa affermazione, anche in matematica due negativi diventano positivi. Ecco, in Italia non è così.

Non ho niente da fare (quindi hai da fare qualcosa).

Non ho mangiato niente (quindi hai mangiato qualcosa).

Senza niente da perdere (quindi hai qualcosa da perdere).

Quotidianamente usiamo doppie negazioni ma invece di usare la logica e interpretarle come un’affermazione, le consideriamo davvero come fossero negazioni. Divertente no?

Questo titolo in inglese è intraducibile, o per meglio dire si può tradurre ma nessuno, eccetto un italiano, riuscirebbe ad interpretarlo nel modo giusto, cioè mantenendo la negazione.

Se proprio lo dovessi tradurre dovrei direi: Nothing to lose. In questo caso però non sarebbe incisivo quanto il titolo italiano. Quel “senza” è un rafforzativo che ad un italiano fa venire in mente una situazione disgraziata, pensa subito che il tizio in questione è un pezzente che non ha “proprio” niente, un inglese invece perderebbe questa sfumatura concettuale, quel rafforzativo non lo saprebbe interpretare. Forse l'equivalente inglese potrebbe essere: Nothing left to lose.

7) Nel titolo c’è una doppia negazione, perché non ha semplicemente scritto: “Niente da perdere”?

8) Come mai hai scelto di raccontare il romanzo in prima persona? È una scelta insolita che a mio avviso ha anche numerose limitazioni.

Neanche io saprei dare una risposta precisa. Quando ho iniziato a scrivere sono andato a braccio, ho seguito l’intuito. La prima persona è stata scelta dal mio istinto, in qualche modo ha preferito usare la forma del diario piuttosto che quella del racconto.

Col senno del poi posso anche spiegare il motivo: la prima persona è più onesta della terza. Nella terza il narratore inventa, cambia prospettive, non deve essere coerente e non deve esporsi, nella prima invece serve più coraggio. Quando scrivi in prima persona sei consapevole che per tutto il libro ci sei solo tu, non puoi fare delle pause dove racconti le storie degli altri personaggi, non puoi scappare dagli occhi del lettore, ci sei solo tu e devi renderti interessante fino alla fine del racconto.

Sono consapevole delle limitazioni intrinseche presenti nella prima persona, però a mio avviso è l’unica forma narrativa che permette di rivolgersi al lettore in modo diretto. Inoltre ero indeciso se scrivere un romanzo o un saggio e la prima persona mi ha permesso di fare entrambe le cose.

Il difetto principale che ho notato riguarda la caratterizzazione dei personaggi. Chi scrive in prima persona può descrivere (personaggi e ambiente) solamente con gli occhi del protagonista. Posso descrivere Tizio per come lo vedo io, ma non per quello che realmente è. Per fare una descrizione più completa e articolata serve la terza persona. Un altro difetto è che non ci sono parti del racconto dove posso cambiare personaggio o punto di vista. Mentre con la terza persona l’autore può spostare la narrazione a suo piacimento ed è onnisciente, con la prima persona l’autore è molto limitato, quindi mantenere viva l’attenzione risulta molto più difficile.

Ho scritto un libro di 200 pagine in prima persona, se sono riuscito a non annoiarvi allora posso dire di aver raggiunto un ottimo traguardo.

Il NONNO BORGHESE
 

Questa è la storia del nonno borghese
Al quale congedo mancava un sol mese
Questa è la storia dell’ eroico nonno
Che dalla stanchezza cascava dal sonno
Ma quella stanchezza non era sentita
In quanto sapeva che era finita


Inizia a La Spezia ‘sta storia cretina
Allora il nonno era solo una spina
Faceva le guardie, svuotava cestini
Odiava le firme e gli sporchi lecchini
Sembra incredibile ma è storia vera
Non aveva mai preso una decade intera


Non aveva mai soldi la sporca canaglia
Aspettava ogni giorno l’arrivo del vaglia
La donna scriveva “amore ritorna”
E intanto al paese gli faceva le corna
Andava allo spaccio con passo assai lento
Pensando alla fine del lungo tormento


Ormai sulle spalle la naia pesava
Ma al nonno borghese più nulla importava
Mangiava dormiva più nulla faceva
Pensando al congedo che ormai lo attendeva
Tremavan le spine e battevano i denti
Al passare del nonno era tutto un attenti


Intanto la stecca sciupata dal tempo
Guardava la guardia e rideva contento
Odiava i discorsi e chiacchiere altrui
Soltanto la stecca parlava per lui

E come ogni storia a lieto fine
Lasciò la stecca alle povere spine


E quando al congedo vede la burba sfinita
Gli grida “per te una è vita per me è FINITAAAAAAAAA! ”

9) Perché ha scelto lo pseudonimo Matricola?

Ho deciso di usare Matricola perché la società in cui ho vissuto era divisa in "matricole" e "nonni". Ai miei tempi c'era solo il "nonnismo", il "bullismo" non esisteva. Al liceo, all'università, nel servizio militare, in una loggia massonica, nei condomini, ecc. c'erano matricole e nonni, novizi e maestri, novellini ed esperti.

La società di un tempo era più gerarchica e sapeva rispettare questa "piramide del comando", quella di oggi invece è una società anarchica dove non ci sono gerarchie assolute. Faccio un esempio. 

A scuola si dava del: 

Tu - agli studenti;

Lei - ai professori

Voi - al preside

Era una gerarchia piramidale dove il preside rappresentava la punta. Oggi non è così, gli studenti insultano e deridono i prof., al preside gli danno del tu, non c'è alcun rispetto per gerarchia e anzianità. In Giappone lo studente più grande lo devono chiamare Senpai, è una società in cui è ancora predominante il concetto di gerarchia, sin dalla scuola. In Italia non è più così, neanche negli uffici. Si rispetta finché si ha paura o un interesse da difendere, una volta fuori dall'ufficio partono gli insulti.

Nella mia società c'era il rispetto per le figure "più anziane", loro potevano maltrattarci perché erano "più esperte". Oggi invece i bulli se la prendono con chiunque, è un "nonnismo" trasversale, essendo sparita quell'equazione "anzianità" = "maggiore espe-rienza", ci si scaglia contro chiunque. Manca il rispetto per chi ha già intrapreso il percorso che qualcun altro ha appena cominciato. Nella società di oggi un nuovo assunto può bullizzare chi sta in quell'ufficio da 10 anni, qualche decennio fa sarebbe stata una cosa impensabile e inattuabile. I "nonni" di un tempo avrebbero massacrato questi ragazzini (matricole) e gli avrebbero imposto le loro regole. Dovrebbero rimettere l'obbligo di leva, lì il "nonnismo" non scherza.

Ma torniamo alla domanda. In realtà volevo usare un altro pseudonimo, sarebbe stato il nome e cognome di un personaggio di un romanzo cui sono molto legato. Poi però ho preferito Matricola perché è lui che racconta la storia ed è lui che deve apparire come autore. Mettere un altro nome sarebbe stato fuorviante per il lettore... anche perché il romanzo è scritto in prima persona e a tratti sembra un diario. La scelta era inevitabile.

In ogni caso è sicuro che avrei usato uno pseudonimo: con tutti i nickname che ho usato fino ad ora nel mondo virtuale mi suona strano usare il mio vero nome e cognome, non ci sono abituato. Chat, blog, siti web, forum, social, mail, ecc. il virtuale ci ha educati ad usare nomi fittizi, è nata una forma di repulsione verso i nomi di battesimo.

Addirittura in America c’è gente che preferisce farsi chiamare in modi assurdi – tipo XZibit, quello di Pimp my ride – piuttosto che usare il proprio nome. Quello che va più di moda sono le sigle: J-Ax (il cantante) 4Tu (che sta per Fortunato) F8 (che sta per Fight) ZTL (prima o poi qualcuno lo userà) e così via.

Ormai è così anche in Italia. Pensa che una mia amica ha chiamato il figlio Alexander. È la moda di questo inizio secolo, non possiamo farci niente. I nostri genitori hanno scelto il nome da mettere nei documenti, noi scegliamo come venire chiamati nella quotidianità.

Comunque non mi sto nascondendo, a me piace il confronto. Ho un sito web: www.arroweditore.com dove i lettori potranno confrontarsi direttamente con me. Il libro è provocatorio ed è giusto che io risponda personalmente di queste provocazioni. Non mi piace lanciare il sasso e poi scappare.

Se uscirà fuori il mio vero nome a me sta bene, nel sito web ho anche messo una mia foto, l’anonimato è solo temporaneo e la scelta dello pseudonimo è stata principalmente una scelta artistica.

NONNISMO

inevitabile ma con delle regole

BULLISMO

inevitabile e senza regole

...e un giorno anche tu diventerai un "nonno"

10) Collegandomi a quanto appena detto mi viene spontanea una domanda: Perché Matricola non viene mai chiamato per nome?

Una volta ho chiesto ad una tizia: "Come ti chiami?"

E lei: "Io non mi chiamo mai, sono gli altri che mi chiamano".

Ecco, ho seguito la stessa logica. Matricola scrive il libro in prima persona, quindi perché dovrebbe autochiamarsi?

Stupidaggini a parte non so se hai mai visto i film di Wong Kar Wai, il più grande regista al mondo in fatto di romanticismo. C’è un film in particolare che mi è sempre rimasto impresso: In the mood for love. Per tutto il film è riuscito a non farci vedere la protagonista di quella storia d’amore. Nonostante quella donna fosse l’oggetto del desiderio del protagonista non è mai stata inquadrata. Ma la cosa fantastica è che il romanticismo invece di diminuire è aumentato. Quando vediamo un film d’amore siamo abituati ai soliti cliché: i due innamorati che si sfiorano, si scambiano sguardi di complicità, si baciano, si abbracciano, fanno l’amore dove capita, e tante altre stron… tenerezze che però hanno un difetto: richiedono sempre di essere consumate con gli occhi. Siamo abituati a “vedere” l’amore, eppure Wong Kar Wai ci insegna che anche “senza vedere” si può creare lo stesso pathos romantico.

Torniamo a noi. Volevo mettere una particolarità nel romanzo, così ispirandomi a In the mood for love ho deciso che non avrei messo il nome del protagonista. Tutto qui, non ci sono altre motivazioni.

Ogni romanzo ha un elemento bizzarro e distintivo, qualcosa che lo rende diverso dagli altri, il mio libro non fa eccezione.

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